Gli Scorta (30 Agosto 2016)

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Questo libro vuole essere l’affresco di un piccolo paese della Puglia del secolo scorso: sullo sfondo, il paese, la chiesa e le sue tradizioni, il mare – e in primo piano una famiglia, gli Scorta appunto, incarnati dal bastardo Rocco e dai suoi tre figli.

È un libro che cerca di ricreare le atmosfere tipiche del Sud (magistrale a questo proposito la scena del pranzo sul trabucco), anche se con qualche stereotipo più o meno appropriato. Se da un lato l’insistenza sull’importanza del racconto e sull’appartenenza ad una famiglia sono stati riconosciuti come caratteri essenziali della cultura del Sud Italia, dall’altro lato, ad esempio, la scena della tarantella ci ha fatto storcere un po’ il naso.

Grande dibattito intorno al registro usato dall’autore: se da un lato Gaudé è famoso proprio per il suo linguaggio aulico e poetico, dall’altro lato abbiamo sottolineato come l’ambientazione popolana del racconto (soprattutto nelle parti “recitate” in prima persona) avrebbe forse richiesto un registro più basso, e quindi più realistico. Allo stesso modo, alcune scene ritenute troppo romantiche e un po’ fuori luogo sembrano sottolineare la “provenienza parigina” dell’autore.

Altro aspetto importante che abbiamo sottolineato è stato il rischio preso da Gaudé nel voler condensare un secolo di storia familiare in un paio di centinaia di pagine: il racconto risulta affrettato nella seconda parte, e ci ritroviamo da un momento all’altro con i personaggi già vecchi. Ancor prima di aver digerito il viaggio a New York dei tre fratelli, emigranti come tanti all’inizio del Novecento, già ci ritroviamo alle porte del secolo successivo, con il contrabbando di sigarette e la tratta dei disperati dall’Albania.

In conclusione, ci è sembrato che l’autore abbia voluto mettere insieme tutti i tanti e variopinti racconti raccolti durante le sue estati pugliesi, sforzandosi di inserirli tutti in un intreccio complesso, che però risulta, alla fine, non uniforme e un po’ sconclusionato.

Voto SCL: 6.2/10

Come Diventare Buoni (6 Aprile 2016)

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E’ bravissimo Hornby a rendersi credibile come voce narrante femminile, e a trasportarci al tavolo da pranzo di una famiglia borghese e progressista londinese. La critica ironica mette a nudo le contraddizioni di chi si crede “buono” nel mondo occidentale contemporaneo. Inizialmente è Katie, la moglie, ad impersonare la parte della “buona” mentre David, suo marito, è cinico e insoddisfatto. I ruoli si invertono con David che vira repentinamente e senza ragione verso una bontà sfacciata e incontrollata, che rompe gli schemi della famiglia. La ricerca dell’equilibrio perduto non ha un finale scontato – per fortuna.
Voto SCL: 6.5/10

Terra! (26 Gennaio 2016)

Un’ ambientazione fantastica ma poco credibile e incoerente, tanto da impedire quel minimo di verosimiglianza che hanno perfino le favole, dove trovano posto una massa di personaggi indistinguibili fra di loro se non per il nome – i sentimenti o la personalità di nessuno di loro risalta sugli altri – così che il lettore non riesce ad amarne o ad odiarne nessuno.

Una massa di personaggi impegnati in una storia che però non è una storia, è più che altro una situazione, un’idea dal fin troppo evidente fine satirico; una storia che è in realtà una collezione di raccontini infarciti di tentativi umoristici andati a vuoto. Triste come un comico che prova a farti ridere ma non ci riesce. Anzi, come un comico che é invecchiato male, vuole farti ridere ugualmente, e tu seduto in poltrona un po’ provi pena per lui. Perché è un libro che fa sentire tutti i suoi trenta e più anni, e non solo perché il futuro di cui parla oggi sarebbe più vicino.

Anche volendo accettare la sfida di portarlo a termine abbassando le pretese, è un libro che ti sfianca con i suoi cambi di registro repentini (si fa fatica a credere siano voluti, e se così fosse non se ne comprenderebbe il motivo) e che ti sfianca con lunghe pagine semplicemente incomprensibili. Il parallelismo tra le due “situazioni” narrate, ovvero la ricerca di un pianeta abitabile oltre alla Terra, e la ricerca di un tesoro all’interno della Terra, è tremendamente telefonato e fin troppo ovvio nel suo intento moralistico. E se non bastasse tutto questo, e se non bastasse pure l’elevato tasso di abbandono tra i partecipanti (o di fatica per chi è riuscito a finirlo) un motivo d’ufficio coniato da SCL per assegnare un basso voto è lo spiegone finale, ovvero il capitoletto che chiarisce la trama precedente e permette una comoda chiusura al romanzo. Per chi lo vuole definire un romanzo.

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Voto SCL: 5, 3/10

 

Accabadora (22 Settembre 2015)

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Fillus de anima.
È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai.
Quando la vecchia si era fermata sotto la pianta del limone a parlare con sua madre Anna Teresa Listru, Maria aveva sei anni ed era l’errore dopo tre cose giuste. Le sue sorelle erano già signorine e lei giocava da sola per terra a fare una torta di fango impastata di formiche vive, con la cura di una piccola donna. 

Muovevano le zampe rossastre nell’impasto, morendo lente sotto i decori di fiori di campo e lo zucchero di sabbia. Nel sole violento di luglio il dolce le cresceva in mano, bello come lo sono a volte le cose cattive.”

Voto SCL: 7, 4/10

La porta (14 luglio 2015)

Film

Aprendo le pagine de “La Porta” della Szabò, mentre la porta che dà il titolo al romanzo restava chiusa, abbiamo incontrato Emerenc: una donna forte, arcigna, ferita dalle esperienze passate ma anche empatica e capace di un amore senza limiti e regole. Un personaggio dai contorni mitici, che disprezza il lavoro intellettuale di Magda, la sua devozione religiosa, mentre poi intreccia con lei un legame che la porterà alla distruzione.

IMG_20150723_205910Emerenc lavora come domestica in casa Magda (voce narrante e alter ego largamente sovrapponibile all’autrice stessa) ma questo è un dettaglio poco importante ai fini della storia: è piuttosto Magda al servizio di Emerenc, la quale le mostra un modo più semplice e pragmatico di vivere, qualcosa di cui Magda è incapace. E attraverso il confronto ed il racconto diretto delle vicende imperniate su Emerenc, le pagine svelano indirettamente e nel profondo anche i pensieri e i limiti del personaggio-autore Magda.

‘Lei non capirà mai le cose semplici, vuole entrare da dietro anche se la porta è sul davanti’. E ancora: ‘lei dovrebbe imparare a dimenticare, perché il suo cervello è come la resina, quando qualcosa ci resta impigliato dentro non esce più. Lei la fa pagare a tutti quelli con cui ha avuto da ridire, me compresa. E almeno gridasse, invece no sorride. E’ la persona più vendicativa che ho incontrato.

 

Questo è disprezzo a parole ma amore nei fatti: o almeno è questo sentimento quando è totalmente slegato dalla passione fisica e diventa ammirazione e dedizione all’altro. E il romanzo ci racconta anche “le conseguenze dell’amore” (cit), ovvero il danno che segue alla vulnerabilità, quando si diventa vulnerabili perché si ama. La stessa Emerenc ne parla, anche se sembrano parole messe in bocca dall’autrice:

‘impari soltanto una cosa, non bisogna mai amare nessuno perdutamente perché altrimenti si causa la sua rovina. Se non è prima sarà poi. La cosa migliore è non amare mai nessuno…

Voto SCL: 6, 9/10

 

La simmetria dei desideri (17 Marzo 2014)

Questa è la storia di quattro amici: Yuval (la voce narrante), Yoav (detto Churchill), Amichai e Ofir, e delle evoluzioni delle rispettive vite a cavallo fra due finali dei mondiali, quella del 1998 e quella del 2002. Si rendono conto che il succedersi delle edizioni dei mondiali è una comoda e riconoscibile misura del passare del tempo e allora decidono di scrivere su un biglietto i loro desideri per scoprire, dopo quattro anni, se questi saranno stati esauditi oppure No. IMG_20150323_211723

Non lo raccontiamo qui, se ci sono riusciti e in quale misura. Il titolo – per chi ha molta fantasia ed intuito – potrebbe aiutare, ma solo alcuni tra quelli di noi seduti ad un tavolo il 17 Marzo ci sono riusciti. Altri, si sono fatti fregare dalla storia e se ne sono accorti solo verso la fine.

E’ questo un romanzo sull’amicizia, sugli ingredienti fondamentali per le amicizie solide e sincere, ma anche un romanzo sul cambiamento: sui cambiamenti veri e sui cambiamenti falliti, sulle speranze tradite dagli altri oppure da noi stessi.

Nevo racconta la vita nella sua cruda realtà fatta di gioie e delusioni e abitudini e svolte traumatiche, di abitudini e appuntamenti fissi: non è chiaro come l’autore riesca a portare così efficacemente il lettore dentro la storia ma è una fatto condiviso da tutti che ci riesca benissimo. Forse è perché parla di vite plausibili, quelle che sono le nostre o della gente attorno a noi. Sono storie di ragazzi a Tel Aviv e ad Haifa ma poco importa perché quelli potremmo essere davvero noi o i nostri amici del mondo reale, e nel leggere sovrapponiamo le nostre emozioni passate e presenti, le nostre speranze e disillusioni a quelle dei personaggi. L’autore non abbellisce nulla (anzi, si punisce per questo, se gli scappa di farlo) e ciò aiuta a rendere credibile la scrittura, e di conseguenza a rendere gli amici di Yuval anche – in un certo senso – gli amici del lettore. Un lettore che dunque non vorrebbe arrivare alla fine del romanzo, ma siccome questo inevitabilmente succede, l’ultima pagina lascia in bocca quel gusto amaro che ricorda lontanamente la fine di un rapporto umano.

Da un punto di vista letterario un romanzo del genere ci ricorda la potenza della scrittura quando questa è capace di catturare la normalità. Parlarne serve pure a capire che non è affatto semplice scrivere di normalità; non è automatico arrivare ad essere credibili e non è facile essere capaci di emozionare attraverso la semplicità delle storie normali. Eshkol Nevo però in questo libro ci è riuscito.

Voto SCL: 8, 3/10

Domani nella battaglia pensa a me (13 gennaio 2015)

L’autore Marìas involontariamente scopre le carte della sua scrittura a pagina 244 quando fa dire al personaggio principale: “Forse non sapevo quello che stavo dicendo, molte volte si parla senza sapere, soltanto perché ci tocca farlo, spinti dai silenzi come nei dialoghi a teatro, con la differenza che noi improvvisiamo sempre“. La sua scrittura ha infatti il sapore di un’improvvisazione jazzistica: lo stile è definito, la tecnica é evidente: ma ogni nota arriva più o meno a caso, non c’è premeditazione e struttura.

Può un romanzo esistere senza struttura premeditata? Si può lasciare tutto al caso? lenzuola0dv

Marìas lo fa. Chi ci riesce arriva fino alla fine del romanzo, fosse anche solo per vincere una sfida masochista con sé stessi; altri si sono arenati molto prima – stremati. Alcuni già offesi con l’autore dopo il primo capitolo, ingiustificatamente prolisso (e che forse sarebbe stato perfetto come racconto autoconclusivo). Però siccome la trama non è la protagonista del romanzo, anche chi lo abbandona prima della fine non dimenticherà lo stile del libro.

Le pagine raccontano una sequenza di eventi debolmente collegati fra loro, oppure interi capitoli superflui, francamente inutili ai fini dello sviluppo del romanzo: l’impressione é che Marìas scriva a caso quello che gli passa per la mente, raccontando episodi che accidentalmente originano dalla sua fantasia del momento. Una trama costruita a tavolino ha quantomeno il pregio di avere l’obiettivo di tenere legato il lettore: Marìas probabilmente di questo se ne frega ed il lettore dopo un po’ se ne accorge. A peggiorare la situazione, la storia viene continuamente interrotta da lunghe elucubrazioni che fanno dimenticare il punto di partenza: evidentemente Marìas avverte l’urgenza di esprimere determinati concetti senza risparmiarsi. Il lettore segue questo flusso di coscienza e infine non si sente appagato per lo sforzo fatto, o solo in rari momenti che però non compensano la frustrazione complessiva.

Voto SCL: 5.2/10