La teologia del cinghiale (28 Febbraio 2017)

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Un libro che, nonostante le buone premesse e la copertina da dieci e lode, ci ha un po’ deluso. C’è lo scemo del villaggio che sostiene di aver assistito a un omicidio, l’immancabile prete, il chierichetto prodigio figlio del morto, il morto che non si sa se è morto, persino il maresciallo che viene da fuori e, ovviamente, non capisce a fondo la mentalita’ del luogo.

Insomma, una fiction.

E le perplessita’ non si fermano qui: c’e’ il problema dello stile, ostico e troppo impegnativo per risultare piacevole, con tutte quelle parentesi in sardo, poi tradotte, cosi’ che chi non possa o non voglia soffermarsi sul dialetto e’ costretto a continui salti in avanti. E poi c’e’ un finale stilisticamente deludente e con alcune spiegazioni un po’ campate per aria, che lasciano il lettore un po’ perplesso.
Le idee interessanti ci sono, ma la realizzazione lascia un po’ a desiderare: l’inizio e’ troppo rallentato dalle presentazioni dei personaggi, le digressioni sono troppe e confuse, al punto che si perde spesso e volentieri il filo della storia.
A sua difesa, c’e’ comunque da dire che, almeno, evita di essere banale: lo stile puo’ piacere, e la complessita’ della lettura puo’ risultare una interessante sfida, per chi voglia cimentarsi.

 

VotoSCL:5/10

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