La simmetria dei desideri (17 Marzo 2014)

Questa è la storia di quattro amici: Yuval (la voce narrante), Yoav (detto Churchill), Amichai e Ofir, e delle evoluzioni delle rispettive vite a cavallo fra due finali dei mondiali, quella del 1998 e quella del 2002. Si rendono conto che il succedersi delle edizioni dei mondiali è una comoda e riconoscibile misura del passare del tempo e allora decidono di scrivere su un biglietto i loro desideri per scoprire, dopo quattro anni, se questi saranno stati esauditi oppure No. IMG_20150323_211723

Non lo raccontiamo qui, se ci sono riusciti e in quale misura. Il titolo – per chi ha molta fantasia ed intuito – potrebbe aiutare, ma solo alcuni tra quelli di noi seduti ad un tavolo il 17 Marzo ci sono riusciti. Altri, si sono fatti fregare dalla storia e se ne sono accorti solo verso la fine.

E’ questo un romanzo sull’amicizia, sugli ingredienti fondamentali per le amicizie solide e sincere, ma anche un romanzo sul cambiamento: sui cambiamenti veri e sui cambiamenti falliti, sulle speranze tradite dagli altri oppure da noi stessi.

Nevo racconta la vita nella sua cruda realtà fatta di gioie e delusioni e abitudini e svolte traumatiche, di abitudini e appuntamenti fissi: non è chiaro come l’autore riesca a portare così efficacemente il lettore dentro la storia ma è una fatto condiviso da tutti che ci riesca benissimo. Forse è perché parla di vite plausibili, quelle che sono le nostre o della gente attorno a noi. Sono storie di ragazzi a Tel Aviv e ad Haifa ma poco importa perché quelli potremmo essere davvero noi o i nostri amici del mondo reale, e nel leggere sovrapponiamo le nostre emozioni passate e presenti, le nostre speranze e disillusioni a quelle dei personaggi. L’autore non abbellisce nulla (anzi, si punisce per questo, se gli scappa di farlo) e ciò aiuta a rendere credibile la scrittura, e di conseguenza a rendere gli amici di Yuval anche – in un certo senso – gli amici del lettore. Un lettore che dunque non vorrebbe arrivare alla fine del romanzo, ma siccome questo inevitabilmente succede, l’ultima pagina lascia in bocca quel gusto amaro che ricorda lontanamente la fine di un rapporto umano.

Da un punto di vista letterario un romanzo del genere ci ricorda la potenza della scrittura quando questa è capace di catturare la normalità. Parlarne serve pure a capire che non è affatto semplice scrivere di normalità; non è automatico arrivare ad essere credibili e non è facile essere capaci di emozionare attraverso la semplicità delle storie normali. Eshkol Nevo però in questo libro ci è riuscito.

Voto SCL: 8, 3/10

Domani nella battaglia pensa a me (13 gennaio 2015)

L’autore Marìas involontariamente scopre le carte della sua scrittura a pagina 244 quando fa dire al personaggio principale: “Forse non sapevo quello che stavo dicendo, molte volte si parla senza sapere, soltanto perché ci tocca farlo, spinti dai silenzi come nei dialoghi a teatro, con la differenza che noi improvvisiamo sempre“. La sua scrittura ha infatti il sapore di un’improvvisazione jazzistica: lo stile è definito, la tecnica é evidente: ma ogni nota arriva più o meno a caso, non c’è premeditazione e struttura.

Può un romanzo esistere senza struttura premeditata? Si può lasciare tutto al caso? lenzuola0dv

Marìas lo fa. Chi ci riesce arriva fino alla fine del romanzo, fosse anche solo per vincere una sfida masochista con sé stessi; altri si sono arenati molto prima – stremati. Alcuni già offesi con l’autore dopo il primo capitolo, ingiustificatamente prolisso (e che forse sarebbe stato perfetto come racconto autoconclusivo). Però siccome la trama non è la protagonista del romanzo, anche chi lo abbandona prima della fine non dimenticherà lo stile del libro.

Le pagine raccontano una sequenza di eventi debolmente collegati fra loro, oppure interi capitoli superflui, francamente inutili ai fini dello sviluppo del romanzo: l’impressione é che Marìas scriva a caso quello che gli passa per la mente, raccontando episodi che accidentalmente originano dalla sua fantasia del momento. Una trama costruita a tavolino ha quantomeno il pregio di avere l’obiettivo di tenere legato il lettore: Marìas probabilmente di questo se ne frega ed il lettore dopo un po’ se ne accorge. A peggiorare la situazione, la storia viene continuamente interrotta da lunghe elucubrazioni che fanno dimenticare il punto di partenza: evidentemente Marìas avverte l’urgenza di esprimere determinati concetti senza risparmiarsi. Il lettore segue questo flusso di coscienza e infine non si sente appagato per lo sforzo fatto, o solo in rari momenti che però non compensano la frustrazione complessiva.

Voto SCL: 5.2/10

Per Legge Superiore (4 Novembre 2014)

Quasi all’unanimità , ci siamo detti che è un libro insipido che non facilita l’empatia con il protagonista e che non emoziona per altri dettagli della storia. E’ un’occasione mancata da parte dell’autore, anche perché la scrittura in sé non è sgradevole: non lo si può certo accusare di aver scritto delle brutte pagine quanto piuttosto di non essere riuscito a dare il corpo necessario alla storia.

Di non essere riuscito, tra l’altro, ad evitare di l’abuso di stereotipi: in certi momenti la storia si sviluppa solo saltando da un luogo comune all’altro, e i luoghi comuni sono sia i personaggi per come vengono tratteggiati (Doni, la giornalista, gli immigrati, la figlia espatriata, la borghesia milanese) che per i luoghi (la Milano in carriera contro la Milano delle periferie degradate, la campagna) tutto in una salsa politicamente corretta.

Nella migliore delle interpretazioni posssibile si può credere che l’intento dell’autore sia stato quello di offrire una narrazione vacua per meglio tratteggiare la vacuità della vita del protagonista principale: ma serve molta benevolenza per crederci e se pure fosse questa la ragione, il lettore non ne ricava comunque alcun piacere. Scendendo in un piano molto più pratico, il lettore non giurisprudente non comprende fino in fondo la natura tecnica del dubbio che assale il magistrato Doni per gran parte del romanzo.  E’ poi più in generale, questo è un altro di quei titoli in cui l’autore spiega troppo, invece di far sentire le emozioni.

Una volta arrivato alla fine, per come la presenta al lettore, sembra finalmente essersi svegliato e pare aver imboccato un sentiero descrittivo più efficace. Ma è appunto il finale, ed è quindi ormai troppo tardi.

Voto SCL: 5,7/10

Il putroppo delle cose (16 Settembre 2014)

In un tipo di Fiandre a noi sconosciuto, un Dimitri adolescente cresce con suo padre e vari pezzi di una famiglia squallida e senza speranza. Anni dopo, da adulto redento, lo stesso Dimitri deciderà di raccontare la sua storia in un libro e ci troveremo a leggere di un gruppo di alcolizzati privi di obiettivi, di una madre scomparsa dalla sua vita e mai rimpianta, di una vita ai margini della società “normale”.

Parlando di un’autobiografia di un ragazzo cresciuto nel degrado diventa difficile distinguere tra critica letteraria e analisi sociologica. Ovvero, è impossibile non saltare dall’una all’altra continuamente, tra l’analisi di come è scritto questo libro e l’analisi di cosa c’è scritto. In particolare lo stupore per quello che c’è scritto prende spesso il sopravvento, soprattutto nella consapevolezza che quel tipo di realtà non solo esiste, ma è – per noi seduti ad un tavolo a Merode – appena dietro l’angolo.

D’altra parte Il Putroppo Delle Cose ha tutta la forza di un opera letteraria, è molto più che il semplice racconto di una storia o di una realtà, e spesso sorprende attraverso piccole perle poetiche o fulminanti invenzioni dell’autore.

Fra le altre cose, abbiamo detto che non è davvero una raccolta di racconti indipendenti, ma piuttosto una raccolta di episodi che si allacciano tra loro anche se per vie meno dirette e chiare di quanto possa succedere in un romanzo dalla struttura classica. Per esempio ci manca sapere come abbia fatto Dimitri a tirarsi fuori da quella situazione: è chiaro che sia successo ma l’autore preferisce sorvolare sui dettagli. Il fatto che alla fine “ce l’abbia fatta” è comunque evidente anche dalla sua scrittura: sebbene Dimitri sia all’interno delle gare di alcolizzati e nella sporcizia della sua famiglia, riporta tutto con un tenero distacco possibile solo a chi è evidentemente già fuori da quella realtà. Abbiamo detto che oltre al personaggio-voce narrante, tutti gli altri sono mescolati e indistinguibili fra loro perché tutti impegnati nella stessa identica vita di nullafacenti. Le uniche eccezioni di figure che spiccano sono quelle delle donne, sia nel bene (la nonna) che nel male (la madre): le uniche a cui l’autore rivolge dei giudizi nella sua narrazione. Tutto il resto è raccontato con occhi imperturbabili anche di fronte alle scene più squallide, ed è proprio questo atteggiamento a contribuire maggiormente all’ironia del libro.

“…Perchè questo ragazzino non sta con la madre?”.
“Questo deve chiederlo a lui, signora”
“Non preferiresti abitare con la tua mamma?”
Io rimasi zitto.
“Dimmi qualcosa su tua madre!”
Io rimasi zitto.
“Sua madre è una puttana, signora!”
“L’ho chiesto al ragazzo, non a lei!”.
“Mia madre è una puttana, signora.”


Voto SCL: 6.4/10

A sud del confine, a ovest del sole (8 luglio 2014)

Tokyo - street scene

Haijme trascorre la prima infanzia con Shimamoto, per poi perderla di vista. Con il suo ricordo nella testa conoscerà altre ragazze e infine si sposerà con Yukiko. Tre decenni più tardi Shimamoto ritornerà nella sua vita capovolgendola e facendogli riconsiderare la sua esistenza.

Volendo collezionare i diversi livelli di interpretazione dei partecipanti alla nostra cena, si può dire che qualcuno si è concentrato sulla trama, sulla sequenza degli eventi, e quindi questa trama l’ha trovata superficiale, inconcludente e “sospesa” – così come i personaggi, soprattutto quelli secondari, tratteggiati senza profondità – tanto da creare frustrazione, tanto da far concentrare sulla passività di Haijme e sul suo opportunismo finale oppure sulle domande che restano senza risposta; qualcuno ha intuito che al di là della trama l’autore intendesse trasmettere un messaggio, che però non viene identificato cIMG_20140710_204034on chiarezza forse a causa di un “ostacolo culturale” tra noi italici e la realtà giapponese; qualcuno ha invece intuito qual’era il messaggio mettendo in fila i temi della casualità, della morte e dell’amore e dell’impegno individuale necessario per costruire la propria felicità, e imprescindibile per partecipare alla felicità degli altri; altri hanno compreso benissimo il messaggio e tuttavia l’hanno trovato ovvio e banale.

Tutti comunque – ovvero noi che l’abbiamo letto divisi tra Bruxelles, Salento o in Sicilia, Milano, Francia o Grecia – siamo rimasti d’accordo nel definirla una prosa leggera. Una storia malinconica ma presentata in modo gradevole e che viene digerito facilmente in un paio di giorni.

A trent’anni mi sposai. Conobbi mia moglie durante un viaggio solitario fatto d’estate. Aveva cinque anni meno di me. Stavo passeggiando per una strada di campagna, quando all’improvviso venne giù un violento acquazzone. Corsi a cercare riparo lì vicino e trovai per caso lei e una sua amica, anche loro, come me, bagnate dalla testa ai piedi. Iniziammo subito a chiacchierare affabilmente del più e del meno, nell’attesa che la pioggia cessasse e diventammo amici. Se non avesse piovuto o se io avessi avuto l’ombrello (cosa possibilissima visto che prima di uscire dall’albergo quel giorno ero stato indeciso se portarmelo o no), non avrei incontrato mia moglie. E se ciò non fosse avvenuto, a quest’ora lavorerei ancora nella casa editrice di libri scolastici, appoggiato al muro della mia camera di notte a parlare da solo e a bere. Quando ci penso, mi rendo conto che viviamo solo in un numero veramente limitato di possibilità.

voto SCL: 6,6/10

Tempo di Uccidere di E.Flaiano (6 Maggio 2014)

Nel suo primo e unico romanzo Flaiano racconta le vicissitudini di un ufficiale durante l’invasione italiana in Etiopia. La guerra è sullo sfondo e non diviene mai protagonista, mentre invece sono predominanti i turbamenti interiori ed esteriori di questo ufficiale.

6949571391_9699bf1b3cNon eravamo presenti nel 1947 quando il romanzo fu pubblicato (e vinse il primo Strega) ma eravamo invece presenti una sera piovosa di Maggio a Bruxelles, a parlarne durante una cena. Letto molti anni dopo il romanzo non ha quel valore divulgativo e sorprendente che forse ebbe all’epoca: l’attenzione non viene catturata dalla narrazione dei soprusi in Africa e dai dettagli di una guerra goffa – perché nel 2014 queste conoscenze sono ormai date per scontate – ma piuttosto dalle vicende personali di un protagonista inetto e impacciato, a tratti quasi irritante nelle sue manie persecutorie e nella cronica capacità di agire. Su queste cose siamo costretti a concentrarci, perché tutto il resto non ha i caratteri di esotismo o di documentarismo che forse avrà avuto più di sessant’anni fa, o che forse avrà avuto nella testa di un liceale quando qualche professoressa ha deciso (e sarà sicuramente successo) di imporne la lettura.

Se siamo costretti a concentrarci su certe cose e non su altre, allora dobbiamo sottolinearne l’atmosfera angosciante e claustrofobica. Si soffre in una cappa generata dalla narrazione farraginosa e dall’inettitudine del personaggio e non invece – come sarebbe meglio – per empatia con il sergente. Mentre lui discende pian piano negli inferi di un dubbio atroce, di una vita senza futuro e in un ambiente ostile a migliaia di chilometri da casa, il lettore non prova nulla. Non spera in una salvezza né soffre con lui: semplicemente attende che qualcosa succeda.

Se un’opera prima (peraltro scritta su commissione) non è poi seguita da una seconda e da una terza ci sarà un motivo, viene da chiedersi. Flaiano non si dimostra sempre un narratore agile quanto invece macchinoso e a tratti poco chiaro. Lungo il percorso si notano tentativi di simbolismo maldestro che non riesce ad andare a segno (il camaleonte, il profumo di glicine) assieme ad altri forse più efficaci (il ricorrente coccodrillo, l’orologio rotto, il puro Johannes). Simboli poco efficaci e narrazione lacunosa a tratti lasciano inevitabilmente degli interrogativi aperti, e così Flaiano decide di dedicare un capitolo finale a spiegare tutta la storia. E’ forse questa un’ammissione di sconfitta del narratore, che sapendo di non essersi spiegato con la sequenza del racconto, decide allora di scoprire tutte le carte come per ammettere: “ecco, in fondo, e in altre parole, era questo che volevo farvi capire”.

voto SCL: 5,8/10

Storia del nuovo cognome (11 Marzo 2014)

Quando si finiscono 480 pagine di un romanzo, che a sua volta è il secondo capitolo di una storia cominciata più di 300 pagine prima con L’Amica Geniale,  ci si affeziona ai personaggi in un modo diverso. Dei personaggi si conoscono molti più dettagli e storie parallele e eventi importanti ed insignificanti di quanto accade normalmente coi protagonisti di un libro, tanto che si continua a leggere – se pure non ci fossero altri motivi – perlomeno per sapere come va a finire.

Ma in questo secondo capitolo della trilogia di Elena Ferrante, fra le altre cose ci siamo detti che – di nuovo – si incontra un finale interrotto, non conclusivo. Questo fatto disturba il lettore però non abbastanza da impedirgli di cominciare a leggere anche il terzo capitolo, o almeno di considerare di farlo. I capitoli brevi sono accattivanti, così come altri trucchi utilizzati dall’autrice per mantenere incollato il lettore alle pagine. Ci siamo detti che – quasi tutti  – in effetti, siamo rimasti incollati a prescindere dall’interesse reale per la storia. E questa è un’altra vittoria di Elena Ferrante.Photo0440

Ritroviamo Lenuccia e Lila un po’ più adulte ma sempre legate tra di loro nei rispettivi destini. Lenù ci appare di nuovo come una spettatrice inconsapevole e passiva del suo tempo. Soprattutto nella sua vita privata lei non sceglie mai: si fa piuttosto trasportare. Passivamente perderà la verginità e senza alcun trasporto vivrà le sue prime esperienze sentimentali fuori dal rione. A livello esteriore Elena cresce e si realizza; in realtà il lettore che vive la sua storia attraverso i suoi occhi, avverte che su tutto aleggia l’alone dell’incompiuto e il dubbio dell’insufficienza. Innanzitutto non ci si riesce a staccare completamente dalle influenze del rione napoletano: l’autrice insiste su quello che potrebbe essere definito un “determinismo rionale” in base al quale non importa quanto si è studiato o viaggiato, saranno sempre le tue origini a definire il tuo destino e le tue aspirazioni.

Dall’altra parte c’è Lila che rivoluziona la sua vita dopo un’estate al mare – il cui racconto dura per oltre 120 pagine al centro del romanzo – e che prende una strada tutta diversa fatta di scelte complicate e meno ovvie. Il suo mondo, così come quello di tanti altri personaggi secondari conosciuti al tempo del primo libro, si disgrega. In qualcuno resta il dubbio che la “genialità” di Lila sia tale solo agli occhi di Lenù. In ogni caso la storia di Lila fino alla fine del romanzo, il susseguirsi di sofferenze e trasformazioni dolorose, non è affatto in contrapposizione alla vita più ordinata di Lenù, o almeno non lo è nella sostanza. In una delle pagine finali Lenù ci racconta le sensazioni di un incontro tra le due protagoniste in questo modo, come se potesse leggere nella testa di Lila:

«Capii che ero arrivata fin là piena di superbia e mi resi conto che – in buona fede certo, con affetto – avevo fatto tutto quel viaggio soprattutto per mostrarle ciò che lei aveva perso e ciò che io avevo vinto. Lei naturalmente se ne era accorta fin dal momento in cui le ero comparsa davanti e ora stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non c’era alcunché da vincere, che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate proprio quanto la mia, e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra»

 Voto SCL: 6.3/10

L’Amica Geniale (14 gennaio 2014)

rioneSanitaLa storia è quella di due bambine, Elena e Lila, che crescono e coltivano la loro amicizia in un rione fatiscente di Napoli. Nel libro troviamo raccontata la storia fino ai sedici anni: entrambe intelligenti e con voti altissimi a scuola, si influenzano e si accompagnano nella lotta per emergere dalla miseria.

Il 14 gennaio a Bruxelles, fra le altre cose, si è detto che è un libro scritto in modo furbo e accattivante, con capitoli densi ognuno con un finale sospeso che obbliga a procedere con la lettura. Ma si è anche detto che forse alcuni dettagli sono stati lasciati sospesi senza ulteriore approfondimento, come per esempio le “smarginature” di Lila ed il loro reale significato.  Si è detto che ha un sapore molto “meridionale” ma che comunque riesce a farsi comprendere anche da chi meridionale non è. Si è stati tutti d’accordo nel notare la cura dell’autrice nel costruire l’impalcatura della storia, l’intreccio fra le situazioni che si snodano lungo le pagine e, soprattutto, nel lodare l’efficacia delle descrizioni dei personaggi, non solo Elena e Lila ma anche tutte le figure più o meno secondarie: e che quindi si potrebbe parlare a lungo non solo di loro (come in effetti abbiamo fatto per tre ore) ma anche di Donato e Nino Sarratore, dei fratelli Solara, della madre di Elena e del fratello di Lila, di Melina e del muratore Pasquale. E degli altri.

Tutti personaggi credibili e reali di un “neorealismo” narrativo, inseriti peraltro in un contesto storico, quello del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta italiani, probabilmente non scelto a caso perché metafora e riflesso di quel riscatto cercato con tutte le forse dalle due protagoniste. E a proposito, si è detto che ci sono dei simboli, o che ad alcuni dettagli si possono assegnare dei significati. Per esempio il rame delle pentole che “scoppiano” e del punteruolo che avrebbe ucciso Don Achille è un’ossessione involontaria dell’autrice oppure racchiude messaggi? E ancora, se la madre zoppa, rozza e anaffettiva di Elena rappresenta perfettamente il mondo del rione, Lila rappresenta invece la possibilità di una via di fuga. Come del resto altri segnali che hanno a che fare con la fuga e che si incontrano lungo la storia (l’esplorazione delle due bambine fuori dal rione, l’estate al mare di Elena, le scarpe disegnate da Lila) come nei personaggi di Donato (un poeta a sorpresa), di suo figlio Nino (un estraneo dal rione), della maestra Oliviero (che spinge Elena a continuare gli studi), ma pure il salumiere che in un certo senso salva Lila da un destino segnato.

E’ chiaro comunque che il tema principale, inesauribile anche nel corso di una serata, è quello del rapporto tra Elena e Lila, profondamente unite anche se profondamente diverse. Lila è sfacciata e sicura, ma non è cattiva come viene spesso definita: è piuttosto una bambina che deve difenders da un sistema sociale violento e maschilista. Lancia le pietre e minaccia vendette fisiche perché non ha altro modo per restare a galla. Elena è più docile ma grazie a Lila riesce a trovare dentro di sé la forza per emergere con le proprie capacità. E quindi nella loro diversità di caratteri – ma unite nel destino – le due protagoniste si influenzano e si inseguono, superandosi in tempi alterni. Dapprima Lila rappresenta un esempio per Elena, ma poi quando Elena è l’unica che ha la possibilità di continuare studiare, Lila prova a restare al passo fino a quando deve arrendersi. Però poi Lila supera di nuovo Elena, entrando prima e con maggiore sicurezza nel mondo concreto degli adulti. E’ qui che la storia viene troncata di netto, imponendo la lettura del secondo titolo della trilogia.

«Qualsiasi cosa succeda, tu continua a studiare».
«Altri due anni: poi prendo la licenza e ho finito».
«No, non finire mai: te li do io i soldi, devi studiare sempre».
Feci un risolino nervoso, poi dissi:
«Grazie, ma a un certo punto le scuole finiscono».
«Non per te: tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine»

Voto SCL: 7,4/10

Educazione Siberiana (29 Ottobre 2013)

Nella nostra società era vietato giurare, era considerata una specie di debolezza, un’offesa verso se stessi, perché chi giura insinua che quel che sta dicendo non è vero. Ma tra ragazzi, parlando, tante volte i giuramenti scappavano, e si giurava sul proprio cappello. Non si doveva mai giurare sulla madre, sui genitori e i parenti in genere, su Dio e sui santi. Né sulla propria salute o ancor peggio sulla propria anima, perché veniva considerato come un «danneggiamento alla proprietà di Dio». Non restava che sfogarsi sul proprio cappello

Nicolai Lilin racconta la storia da adolescente di Nicolai “Kolima”, ovvero sé stesso, e della cultura della sua gente: gli urca siberiani che furono deportati dalla terra originaria fino in Transnistria. Racconta storie di ragazzini cresciuti dentro la cultura dei “criminali onesti” che rifiutano ogni tipo di Stato e vivono seguendo leggi tramandate dai “vecchi”.

E’ tutto vero?

Questo libro è stato criticato dai giornalisti perché – forse – non tutto quello che è scritto può essere vero, o almeno non può essere vero così come viene descritto. Allora questa è la prima cosa da mettere in chiaro quando si decide di parlare di Educazione Siberiana.

Fra le altre cose, si è detto che non molto importante che la storia sia tutta vera. In alcuni punti le esagerazioni dell’autore si intuiscono pure, ma va bene lo stesso. In fondo, come ha detto lo stesso Lilin, questa è la storia che lui ricorda, non La Storia. Si è detto che chi lo ha letto su cartaceo si è fatto influenzare dalla quarta di copertina, dove questa storia viene dipinta come un’autobiografia, e c’ha “creduto” di più di quelli che leggendolo in digitale hanno dato per scontato che fosse un romanzo, e quindi fiction, e quindi non una cosa da analizzare per capire quanta parte fosse vera e quanta invece No.

In ogni caso, già dalle prime pagine viene fornita una “educazione siberiana” al lettore: gli viene insegnato come ci si deve comportare nelle case dei criminali onesti, i tipi di armi e dove vanno nascoste. Viene insegnato il disprezzo nei confronti dello Stato, il valore della libertà e il rispetto nei confronti dei deboli e dei “voluti da Dio”. Con questo nuovo bagaglio culturale, il lettore diviene un ulteriore compagno di viaggio di Kolima, comprende le logiche e le violenze, ed è grazie all’educazione ricevuta dalle pagine, che finisce per accettare come normali vicende al limite della follia.1420599_10202507857244094_416456957_n

In tutto questo, le lunghe digressioni per raccontare la storia di singoli personaggi secondari o di luoghi, sono fondamentali per comprendere il contesto ed essere “educati” adeguatemente. La digressione ripetuta e senza freni rispecchia il metodo di trasmissione orale delle tradizioni e degli aneddoti.

Ma c’è un’evoluzione del personaggio durante la storia? Qualcuno nota che Nicolai nel corso delle pagine diventa  forse”più onesto” e quindi più ortodosso nei confronti delle leggi criminali siberiane. Forse quello che muta veramente è il contesto attorno, ovvero si intuisce l’imminente crollo di quel mondo di criminali degni e umili (“onesti”, appunto) a favore di un mondo privo di tradizioni. Ad essere pignoli non c’è un evoluzione significativa né nel personaggio né nella storia – tranne forse nella ricerca degli assassini di Ksjusa – capitolo che infatti occupa le ultime 100 pagine del libro ed è una storia che nel film tratto dal libro – si dice – viene ricamata ancora di più.

Voto SCL: 6,5/10

(nella foto in basso: una copia di Educazione Siberiana che ha fatto un l
ungo giro nel sud-est asiatico con Antonio prima di arrivare sul tavolo di SCL a Bruxelles)